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IMPRONTE
Siamo tutte e tutti Rom. Il 7 luglio in piazza per autodenunciarci
 
Un nobel per il popolo Rom. Firma l’appello Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Involuzione digitale. Ecco i nuovi bambini ebrei,
Le impronte dell’odio e  della paura. Della discriminazione.
I bambini sono il nostro futuro. E questo è un futuro schedato.
Inchiostro per le mani e filo spinato per gli uomini. E’ solo il primo passo.
Se fanno questo in tempi di pace cosa farebbero in tempi di guerra?
Dopo le impronte digitali i numeri tatuati sull’avambraccio. ..
Ecco come è trattato, oggi, in Italia, chi meriterebbe il premio Nobel per la pace per non aver mai fatto la guerra a nessun altro popolo. Lo proponiamo, ancora, con la massima serietà. Premio Nobel al popoloRom. MoniOvadia

«Siamo tutte e tutti Rom». E' la parola d'ordine con cui l'Arci, invita a partecipare il prossimo lunedì ad una raccolta volontaria di impronte.
«E' già iniziata la schedatura e la rilevazione delle impronte digitali dei rom, minori compresi, nei campi nomadi - afferma in una nota il responsabile immigrazione dell'Arci, Filippo Miraglia - con lo scopo di "censire" quanti vi risiedono. Una misura fortemente voluta dal ministro Maroni, nonostante l'indignazione con cui è stata accolta da gran parte dell'opinione pubblica». «Forti perplessità sulla legittimità di un simile provvedimento - ricorda Miraglia - ha espresso anche il Commissario europeo ai diritti umani. Associazioni laiche e cattoliche, italiane e internazionali, intellettuali, artisti, giornalisti, politici hanno denunciato il razzismo di questa misura giudicata un grave vulnus della democrazia e della Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo. Un atto discriminatorio e persecutorio».
«E' necessario - sottolinea quindi il responsabile immigrazione dell'Arci - dare visibilità, anche con azioni simboliche, alla nostra indignazione. Il 7 luglio, a Roma, in Piazza Esquilino, dalle 17 alle 20, l'Arci, col sostegno dell'Aned, organizzerà una 'schedaturà pubblica e volontaria, raccogliendo le impronte digitali delle cittadine e cittadini italiani che condividono la nostra protesta. Centinaia di impronte che invieremo al ministro con un messaggio: "siamo tutte e tutti rom". Con noi, a farsi "schedare", ci saranno anche Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Ascanio Celestini e tanti altri. A tutte le forze politiche di opposizione, alle forze democratiche, alle associazioni, ai media, ai singoli - conclude Miraglia - chiediamo di aiutarci a fermare questo scempio della vita civile e democratica del nostro paese, in cui il razzismo è ormai pratica di governo».

  Interverranno, oltre allo stesso Nieri, Giulia Rodano (assessore alla cultura Regione Lazio), Alessandra Tibaldi (assessore al lavoro Regione Lazio), Fliberto Zaratti (assessore all'ambiente Regione Lazio), Augusto Battaglia (consigliere Regione Lazio), Enrico Fontana (consigliere Regione Lazio), Enzo Foschi (consigliere Regione Lazio), Enrico Luciani (consigliere Regione Lazio), Giuseppe Mariani (presidente commissione lavoro Regione Lazio), Anna Pizzo (consigliere Regione Lazio), Claudio Cecchini (assessore alle politiche sociali provincia di Roma) Cecilia D'Elia (assessore alla cultura Provincia di Roma), Massimiliano Smeriglio (assessore al lavoro della Provincia di Roma), Massimiliano Massimiliani (presidente commissione politiche sociali Provincia di Roma), Andrea Catarci (presidente Municipio XI Roma), Susi Fantino (presidente Municipio IX Roma), Sandro Medici (presidente Municipio X Roma).   3 Luglio 2008 
 LA BANALITÀ DEL MALE MINORE   di Annamaria Rivera sul Manifesto (parti) Leggo le dichiarazioni minimizzanti del ministro dell'interno e dei suoi collaboratori a proposito della schedatura e delle impronte digitali riservate ai Rom, bambini compresi, cioè di un provvedimento che somiglia alle schedature razziste dei regimi nazifascisti, finalizzate a costruire archivi per l'individuazione, segregazione, concentramento, deportazione delle minoranze. Tutto normale, no? Che c'è da gridare allo scandalo? Perché l'Unicef, il Consiglio d'Europa, il Garante della privacy, l'Aned, la Tavola Valdese, Amos Luzzatto, Famiglia Cristiana, qualcuno dell'opposizione e i soliti scalmanati difensori dei «nomadi» s'indignano tanto? Certo, Maroni non è Eichmann, ma le misure che propone e l'ideologia con cui le giustifica -  quella del «male minore», di cui parlava Hanna Arendt - dovrebbero suscitare l'allarme corale dei cittadini democratici. Non è così. È almeno dal 1991, cioè dal trattamento alla cilena dei profughi albanesi nello stadio di Bari, che governi di centro-destra e di centro-sinistra compiono atti e misure razziste banalizzandoli e giustificandoli dietro formule burocratiche. E una buona parte della società civile reagisce con l'indifferenza, la rimozione o l'ideologia degli «italiani, brava gente». Credo che oggi, con il governo di destra-destra e con la saldatura fra razzismo «popolare» e razzismo istituzionale, siamo giunti al suo compimento sistemico. Il razzismo è un sistema che si costruisce cumulativamente, una «banalità» dopo l'altra. Che reagisca, allora, chiunque ha a cuore la difesa dei diritti umani o la sorte dei bambini:  “che ognuno chieda di essere schedato insieme ai Rom”. Razzismo di stato e impronte digitali

Il Consiglio d’Europa ha espresso una inequivocabile posizione critica. «Sono molto preoccupato –ha dichiarato Thomas Hammarberg, commissario ai Diritti umani–questi sono metodi che richiamano misure prese nel passato e che hanno portato alla repressione dei rom». Il governo italiano dovrebbe trovare dei metodi più umani, non repressivi e non discriminatori per identificare queste persone». Le disposizioni che prevedono il rilievo delle impronte digitali ai minori rom e la schedatura dei nuclei familiari sono dunque già entrate in vigore in base al decreto del 21 maggio 2008 contenente la «Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia e quindi sulla base delle ordinanze del presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008 che prevedono «Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Campania, Lazio e Lombardia». Il quadro normativo va completato con le norme del pacchetto sicurezza che prevedono l’assegnazione ai sindaci del potere di segnalare persone non in regola con il permesso di soggiorno e la utilizzazione dell’esercito per finalità di ordine pubblico. Si è creato per legge uno «stato di emergenza», come se la presenza dei rom fosse una improvvisa calamità naturale, esattamente come si è fatto da anni con l’«emergenza sbarchi». In entrambi i casi di fronte a fenomeni ampiamente prevedibili e di dimensioni governabili si è preferito lasciare incancrenire i problemi, creare allarme sociale per giustificare poi interventi straordinari. Un vero e proprio artificio, una procedura che si sottrae alle regole del procedimento legislativo, un esempio di degrado istituzionale che non rispetta neppure il principio di legalità costituzionale e la gerarchia delle fonti normative. Dallo stato di diritto allo stato di polizia. Bene ha fatto il garante per la privacy a denunciare il rischio di una pericolosa discriminazione ai danni dei bambini di etnia rom, chiedendo ai prefetti di conoscere modalità di acquisizione, tempi di conservazione e finalità della raccolta dati. Se il ministro dell’interno andrà «sino in fondo», come continua ad annunciare, il garante per la privacy dovrà denunciare le decisioni, e le prassi amministrative adottate dal governo italiano, agli organismi internazionali ed alla corte di giustizia di Lussemburgo in quanto si ravvisi una violazione rispetto alla disciplina comunitaria sui dati personali ed al più generale divieto di atti di discriminazione istituzionale, che vale anche in questa materia. Le misure annunciate sulla schedatura dei bambini rom non produrranno alcuna maggiore sicurezza per i minori «nomadi», né combatteranno l’accattonaggio, come asserito pretestuosamente, ma alimentano da subito un clima di terrore nei campi e di discriminazione razziale al loro esterno, perché costituiscono la premessa per successivi provvedimenti che tenderanno ad allontanare i piccoli rom dalle loro famiglie, quando non abbiano uno status di soggiorno legale o vivano nelle condizioni di degrado nelle quali da anni sono colpevolmente abbandonate dalle autorità italiane. Tutto questo si sta già traducendo in nuovi interventi repressivi, probabilmente affidati anche all’esercito, oltre che alle nuove polizie urbane armate, interventi che incrementeranno la clandestinizzazione dei rom, spezzando quei percorsi di integrazione in base ai quali si era riusciti a regolarizzare la posizione di intere famiglie partendo dalla integrazione socio-scolastica dei minori figli di irregolari. Si vanificheranno in questo modo quei progetti di intervento sociale che con grande difficoltà stavano tentando di recuperare una effettiva valenza dei diritti di cittadinanza di tutti i rom nel rispetto della legalità e della convivenza civile. La sicurezza è un bene indivisibile, per tutti o per nessuno. Il riconoscimento dei diritti è la migliore garanzia del rispetto dei doveri. Ai rom e ai sinti insieme deve essere riconosciuto lo «status» di minoranza nazionale, vanno attuate e favorite politiche di integrazione, di partecipazione diretta e di mediazione culturale in loro favore. Inoltre vanno attuate politiche di accoglienza a favore dei rom comunitari, nell’ambito di una politica europea. Piuttosto che adottare misure di stampo chiaramente repressivo e discriminatorio, al di là delle buone intenzioni ed in nome di inesistenti normative comunitarie, occorrono leggi che realizzino anche in Italia le raccomandazioni del Consiglio d’Europa a tutela dei Rom. Se si vorrà garantire una maggiore sicurezza, per tutti, attraverso la eliminazione delle sacche di clandestinità e di emarginazione, si dovrà realizzare la legalizzazione di tutti i giovani adulti rom anche di terza generazione, nati e vissuti in Italia ma che non hanno accesso al lavoro regolare ed ai servizi fondamentali perché considerati clandestini e quindi senza nessun diritto di cittadinanza attiva.Una condizione di soggiorno regolare è il più forte deterrente verso la commissione di reati, e consente un ingresso legale nel mondo del lavoro. Va riconosciuta la «carta di soggiorno» per i rom che abitano in Italia da almeno 5 anni e per i rom comunitari, a prescindere dai certificati di residenza. Prima di procedere al «censimento–schedatura» e allo sgombero dei campi «nomadi» ritenuti abusivi, anche quando sono stati riconosciuti per anni dalle amministrazioni comunali, i diversi gruppi di rom vengano sistemati –come prescrive il Consiglio d’Europa– in insediamenti decorosi: scelti in concorso con gli interessati, praticando politiche che si confrontino con le istanze delle comunità locali. Occorre mettere fine alla strumentalizzazione della paura e alla guerra tra poveri innescata dalle politiche di governo, a livello locale e nazionale, che puntano sulla sicurezza per nascondere tutti i problemi e le frustrazioni derivanti dall’abbattimento dello stato sociale .

  
 
Stop.RAZZISMO.Stop
  

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare. 

                                                                                  Bertolt Brecht

Provate ad immaginare.

Una persona del vostro quartiere è sorpresa dentro un appartamento: forse voleva rubare, forse voleva portar via una neonata. Viene arrestata.
 
Provate ad immaginare.
Il giorno dopo e poi quelli successivi, ragazzi in motorino lanciano una molotov contro la casa di un vostro vicino. L'incendio brucia in parte l'appartamento ma, per fortuna, l'uomo, la donna e i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati, ma incolumi. Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i bastoni e le bottiglie incendiarie. La gente scappa si rifugia da parenti.
 
Provate ad immaginare.
Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin da quando è nato.
 
Provate ad immaginare.
La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio. Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma "scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove. Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto dove, forse, potrete resistere per un po'. Fino alla prossima molotov.

Provate ad immaginare.
Vostri compaesani e parenti che vivono lontano, in altre città, vengono assaliti, le loro case bruciate. Anche loro sono in strada.
 
Provate ad immaginare.
Il governo del vostro paese vara misure straordinarie per far fronte all'emergenza. Leggi per fermare la violenza e l'illegalità. Leggi contro di voi ed i vostri parenti, contro i vostri vicini di casa, contro quelli del vostro quartiere e contro tutti quelli del vostro stesso paese.
 
Provate ad immaginare di essere in Italia, in questo maggio del 2008.
Non vi pare possibile? Eppure è cronaca di tutti i giorni. La cronaca di un pogrom.
Un pogrom che sta incendiando l'Italia. Brucia le baracche dei rom e corrode la coscienza civile di tanti di noi. Qualcuno agisce, i più plaudono silenti e rancorosi, convinti che da oggi saranno più sicuri. Al riparo dalla povertà degli ultimi, di quelli che non si lavano perché non hanno acqua neppure per bere, di quelli che di rado lavorano, perché nessuno li vuole, di quelli che vanno a scuola pochi mesi, tra uno sgombero di polizia ed un rogo razzista.
 
Forse pensate che questo non vi riguarda. Forse pensate che questo a voi non capiterà mai. Siete cittadini d'Europa, voi. Siete gente che lavora, che paga il mutuo, che manda i figli a scuola. Forse avete ragione. Forse no. Nella roulette russa della guerra sociale c'è chi affonda e chi resta a galla. Il lavoro non c'è, e se c'è è precario, pericoloso, malpagato. Il mutuo vi strangola, non ce la fate ad arrivare alla fine del mese, a pagare tutte le spese, ma forse, tirando a campare, con la paura che vi stringe la gola, ce la farete. Gli altri, quelli che restano fuori, che crepino pure. Nemici, anche i bambini. O li caccia il governo o ci penserete voi stessi, di notte con i bastoni e le molotov. A fare pulizia. Etnica. Intanto, giorno dopo giorno, i nemici, quelli veri, vi portano via la vita, rendono nero il vostro futuro. Il nemico marcia sempre alla nostra testa: è il padrone che sfrutta, è il politico che pretende di decidere per noi, che vuole che i penultimi combattano gli ultimi, perché la guerra tra poveri cancella la guerra sociale.
 
Provate ad immaginare che un giorno il padrone vi licenzi, che la banca si prenda la casa, che la strada inghiotta voi e i vostri figli. Sarà il vostro turno. Ma allora non ci sarà più nessuno capace di indignazione, capace di rivolta. 
 
Provate ad immaginare un futuro come questo presente, da incubo.Un'offensiva razzista senza precedenti che trova pericolosi consensi anche in quegli strati popolari che avrebbero mille motivi per rivoltarsi contro ben altri soggetti e, cioè, contro i poteri forti e i suoi costanti soprusi sulle classi subalterne. Morti sul lavoro, salari da fame, precarietà diffusa e disoccupazione, problema casa, distruzione dei servizi sociali, problematiche sociali diffuse il cui responsabile ha un nome e cognome ben chiaro: il sistema capitalista, che continua a produrre super-profitti da una parte, guerre, sfruttamento e miseria dall'altra. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strada libera per la crescita di un nuovo fascismo, istituzionale, squadrista e addirittura popolare. 

Provate ad immaginare.
Un giorno qualcuno potrebbe chiedervi "dove eravate mentre bruciavano le case, deportavano la gente, ammazzavano i bambini?" Non dite che non sapevate, non dite che non avevate capito, non dite che voi non c'entrate.


Chi non ferma la barbarie ne è complice. Fermiamo i nuovi pogrom prima che sia troppo tardi.
Respingiamo il nuovo pacchetto sicurezza.


 http://afroitaliani.splinder.com                          
         
 
Appello x 17 maggio: "Nicola, ragazzo .... vive"
Nicola è ognuno di noi. Appello per il 17 maggio

Sabato 17 maggio, un corteo partirà dalla Stazione Verona Porta Nuova alle 15. Pubblichiamo di seguito l’appello che lo convoca. 

Per sconfiggere insieme la paura scendiamo in piazza per svegliare la città che troppe volte ha girato la testa, non deve farlo anche questa volta e mai più. Mobilitiamoci e riprendiamo la parola prima che l’ipocrisia riscriva anche questa storia. Per una Verona libera dalla paura, per una Verona libera dall’odio, per un Verona libera da vecchi e nuovi fascismi, libera dall’intolleranza, dal razzismo, dall’ignoranza perchè esiste una Verona coraggiosa, aperta, indignata perchè guardarsi all’interno, riconoscere il male profondo del nostro tempo e della nostra città. Costruiamo assieme un corteo che attraversi e viva la città in una giornata aperta alle iniziative e ai contributi di tutte e tutti. Nel 2008 a Verona si muore ancora di fascismo.

Al posto di Nicola poteva esserci ognuno di noi.

Mercoledì alla notizia abbiamo tremato. Un dolore alla pancia, un presentimento. Mai come ora avremmo voluto essere smentiti. Non è così. La cronaca riassume drammaticamente la storia di questa città. Degli ultimi anni ma anche di trent´anni fa. Abel e Furlan. Figli annoiati della Verona bene che riempivano il loro tempo dando la caccia a presenze non conformi della nostra città. Avevamo purtroppo ragione. Cinque ragazzi. Giovanissimi. Chi più chi meno, figli della Verona bene, legati agli ambiti della tifoseria neo fascista, militanti o anche semplicemente simpatizzanti alla lontana dei movimenti o dei partitucoli dell´estrema destra cittadina. Vestiti bene, all´ultima moda. Alcuni con precedenti recenti, per atti di razzismo o per problemi allo stadio.
Un certo clima culturale e sociale, alcuni imprenditori politici, un generale vento che spira ha suggerito un processo di riterritorializzazione: lasciare, o meglio, non limitarsi alle periferie, accantonare l´anima stradaiola e la «storica» attitudine «antiborghese» per rimpossessarsi del centro città. Nicola è stato ucciso non perché avversario politico, non perché rappresentava il nemico, nemmeno perché diverso : migrante, comunista, gay, zingaro, barbone..                                        Solo e «semplicemente» perché estraneo, non familiare, non compatibile.
A che serve oggi raccontare per l´ennesima volta lo stillicidio di aggressioni?…Uno stillicidio di aggressioni motivate da «futili ragioni», spesso nel pieno del centro città. Come gli accoltellamenti dell´ estate 2005, come le sistematiche azioni contro i «diversi» [capelloni, alternativi, mangiatori di kebab, tifosi del Lecce…] compiute da una ventina di ragazzi figli della Verona bene, emerse da un inchiesta della DIGOS nella primavera scorsa. Come la «cacciata» da piazza erbe, l´autunno scorso, l´episodio non più violento ma più emblematico, quando alcuni antagonisti veronesi in quella piazza per bere lo spritz vennero aggrediti ed espulsi dalla stessa tra l´applauso generalizzato e pre-politico di decine e decine di astanti. O come l´ultimo fatto «marginale» in Valpolicella [il paese di Nicola] la lettera di una madre sul settimanale locale, del mese scorso, in cui si cercano testimoni di un´aggressione avvenuta in un bar, dove un ragazzo di colore giovanissimo è stato massacrato e ridotto in stampelle [fortunatamente provvisorie] tra cori da stadio e inni del ventennio, nell´imbarazzante omertà dei clienti…  Per evitare che si ripeta. Guardando al futuro. Partendo dalle radici, quelle storiche certo. Innanzitutto quelle attuali. Il delirio securitario. Da tempo e in maniera esponenziale con le ultime amministrative un linguaggio si è imposto. Ci siamo svegliati una mattina ed abbiamo scoperto di essere in guerra, sotto assedio. Il nemico viene sempre da fuori e fuori deve tornare. Questo è il linguaggio criminale che succhiano col latte i figli di questa città. Caro sindaco, alcune provocazioni…. Dovremmo immaginare che questa ultima aggressione sia solo un effetto collaterale di una ronda autogestita? Dobbiamo spalleggiare il sindaco nella richiesta di 72 agenti di polizia per presidiare la notte il Bronx di Piazza Erbe? Dovremmo concordare con la lega la liberalizzazione della armi di difesa personale e suggerire a tutti i diversi di questa città di girare armati? Noi chiediamo le sue dimissioni perché simbolicamente lei è uno dei mandanti morali di questa tragedia. Perché riempiendosi la bocca della parola d´ordine sicurezza ha alimentato una forma di «insicurezza» che non produce voti, legittimando la libera e spontanea pretesa di ristabilire il decoro, di ripulire il centro città e i quartieri dai nemici della presunta veronesità. Perché il suo successo poggia sull´odio, non vive senza un nemico, alimenta una guerra irresponsabile le cui conseguenze pagheremo a lungo. Si deve vergognare per ciò che ha detto e per i silenzi, perché l´acqua che oggi getta sul fuoco se fosse stato coinvolto un non veronese sarebbe diventata benzina. Perché non avere detto una parola di condanna sui maledettamente e sempre uguali pestaggi in centro, ha provocato quello che è successo a Nicola.
Quante vite rovinate servono per aprire gli occhi? A cosa è servita la tragedia di Nicola?
Quanto è successo a Nicola non può «capitare», Quanto è successo a Nicola non può non insegnare,
Quanto è successo a Nicola non può ripetersi.

 

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